Domenica 20 maggio, sono stato a questa bellissima manifestazione, davvero ricca di micro-eventi (workshop, tavole rotonde, dibattiti, esposizioni) un esperienza davvero istruttiva e interessante.

Ecco un abstract dal sito ufficiale.

Firenze, domenica 20 maggio 2007 – Dopo tre giorni di piena attività, con oltre 500 aree espositive, più di 4.000 enti rappresentati (associazioni, movimenti e realtà del non profit, imprese eticamente orientate, enti locali e istituzioni, insieme per testimoniare come comportarsi in modo “diverso” sia possibile in ogni ambito), 100 spazi di animazione e laboratori di “buone pratiche”, 190 appuntamenti culturali fra convegni, dibattiti e workshop (con 1.000 relatori coinvolti), si chiude la quarta edizione di Terra Futura, registrando circa 83.000 visitatori, con una crescita del 25% nel trend generale della manifestazione.

In questi tre giorni di fiera, si è respirata nell’aria la volontà di una costante e silenziosa rivoluzione negli stili di vita delle persone, nonostante si viva in una società del consumo: per riflettere e guardare alle prospettive future in tema di lavoro sostenibile, tutela dell’ambiente, energie alternative e rinnovabili, impegno per la pace, cooperazione internazionale, rispetto dei diritti umani, finanza etica, commercio equo…

Leggi tutto sul sito ufficiale…
L’Africa futura è protagonista
Imprese responsabili

Sono partiti i preparativi per organizzare l’edizione del BarCamp a Matera,
fissato per Sabato 12 Maggio 2007

la “non-conferenza” o “conferenza informale” approda quindi anche nel profondo sud e Matera è la prima città meridionale che lo ospita.

Buon lavoro agli organizzatori.

Con interesse ho aderito alla possibilità di partecipare e discutere con un mio intervento sintetizzato in questo video (fatto in coerenza della informalità dell’evento stesso).

Sito ufficiale BarCamp Matera 

Stupisce come un libro scritto nel 1995, quindi già classificabile come “datato” (soprattutto dato che affronta tematiche legate all’I.T.) possa invece rivelarsi attualissimo. Mi riferisco al volume “Essere digitali” di Negroponte. E’ Negroponte infatti a fornirci una definizione di esseri digitali.Secondo l’autore il modo migliore per apprezzare i vantaggi e le conseguenze dell’essere digitali è riflettere, sulla differenza tra atomi e bit.

ATOMI – come informazione materica, sottoforma di atomi (libri, riviste..)

BIT – come informazione digitale (Web, CD-Rom)I vantaggi dei Bit sono la velocità e la maggiore diffusione.Il Bit non ha colore, peso o dimensione, è il più piccolo elemento atomico del DNA dell’informazione e può essere affermativo o negativo (SI-NO; Vero-Falso), per praticità si è attribuito un valore numerico 1-0.Il numero dei Bit di un’informazione trasmessi in un secondo condiziona la dimensione e la qualità dell’informazione digitale.Negromante ha detto: “Il futuro delle aziende dipende dalla capacità che queste avranno nel convertire in digitale i loro prodotti o servizi”.

Questa riflessione di Negroponte ha due importanti conseguenze:In primo luogo va a indicare e suggerire una metodologia di innovazione e adeguamento di tutte le imprese alle nuove tecnologie di comunicazione, ma fortifica il presupposto che oggi l’offerta di prodotti e servizi, e la conseguente soddisfazione di bisogni sul mercato, può essere spostato da un piano esclusivamente “atomico”, “analogico” o tradizionale, a quello digitale.Oggi il business di un impresa, secondo Negroponte quindi dovrebbe essere convertito in attività digitale, espletato attraverso la rete, o in alternativa mantenere due vie parallele: offerta digitale dei servizi/prodotti + offerta analogica dei servizi/prodotti. Facciamo l’esempio di una società di formazione nata dal 1970, ha sempre svolto corsi frontali in presenza. Con lo sviluppo dell’ICT, inizia oggi a offrire corsi “digitali” ossia online, in cui i fruitori seguono a distanza le discipline. Potrebbe tuttavia continuare a offrire corsi in presenza, oltre che corsi online, per soddisfare un tipo di target più “tradizionalista”.Capita anche, come si legge in questi giorni sui giornali, che il New York Times annunci che in cinque anni sarà una testata esclusivamente online.Se queste società oggi, adottano politiche aziendali di questo tipo, vuol dire che Negroponte aveva ragione e che il gioco “digitale” vale la candela. Nel senso che ci sono ottime potenzialità di business e di introito investendo per il Web.

Semplicemente cambiano le esigenze dei clienti, e non è vero che il cambiamento riguarda solo le nuove o medie generazioni, ma anche quelle più mature.

L’innovazione è inesorabilmente inarrestabile, ma anche il desiderio di cavalcarne le potenzialità da parte di tutte le generazioni.In secondo luogo questa conversione in digitale dei servizi e prodotti aziendali determina una importante conseguenza sul piano gestionale e organizzativo delle aziende stesse che possono operare svincolate da un legame fisico sul territorio, operando in digitale, per l’etere nell’etere. Utilizzando la rete come un’interfaccia di connessione, tra azienda e cliente, lo sviluppo e l’offerta dei propri servizi/prodotti aziendali può avvenire in qualsiasi luogo fisico, o anche in più luoghi fisici. Il servizio offerto può essere il frutto della collaborazione tra società partner in sinergia di rete, con uno sharing di lavoro, di competenze, di ruoli, di costi e infine di ricavi. In questo senso un società di servizi editoriali o un’azienda di formazione possono avere la redazione in una città, il coordinamento o lo staff tecnico ubicati in altre città o società.In questo scenario, l’ubicazioni in cui si opera per le varie fasi di sviluppo, assume un importanza marginale. Non è importante la grandezza della città dove si lavora, così come i suoi trasporti, basta disporre di un collegamento a Internet veloce e stabile. Anzi possiamo dire che la dove le infrastrutture e i servizi mancano, in primo luogo le vie di comunicazione tradizionalmente intese, le forme di comunicazione digitali possono offrire una valida alternativa di sviluppo.E’ il caso per esempio dei piccoli centri rurali e di montagna, dove le strade e le ferrovie sono carenti o la posta ordinaria è troppo lenta, il Web può offrire a questi centri un equità di condizioni rispetto alle città più grandi.

Un caso emblematico è la città di Matera, l’unico capoluogo di provincia dove da sempre mancano le ferrovie dello stato, le strade di accesso alla città sono precarie e manca un aeroporto nella Regione Basilicata.  Qui la Regione stessa ha avviato alcune iniziative a favore del digitale, come quella del bando “un computer in ogni casa” ma molto ci sarebbe ancora da fare, soprattutto sul piano dell’e-governament. In ogni caso la città lucana con tutte le sue problematiche ha molte potenzialità di sviluppo, soprattutto legate alle risorse del suo territorio, risorse culturali, energetiche, ambientali e naturali. E le risorse naturali di una città o regione sono inalienabili destinate allo sviluppo sostenibile di quella città o regione. In questi casi le potenzialità possono essere espresse e attuate grazie al Web, che può rendere accessibile luoghi difficilmente fruibili, può permettere la nascita di società che offrano servizi e prodotti digitali, usando Internet come interfaccia di connessione col mondo secondo la filosofia del Think global act local si può lavorare localmente pensando ad un mercato potenzialmente globale.

Non solo, in Essere digitali, Negroponte già indicava che emergeranno nuovi contesti, nuovi attori, nuovi modelli economici, nuove imprese fornitrici di contenuti, informazione, intrattenimento digitale. Nuovi bisogni da soddisfare. E’ quella che poi è stata definita la new economy.

 

 

Oggi questo processo evolutivo e in continuo cambiamento, in diretta influenza dei cambiamenti che stanno avvenendo per il Web, ed infatti già si parla del Business 2.0 come un nuovo modello di fare impresa e affari vicino alla filosofia del Web 2.0 investendo nel sociale, nell’ambiente, nel bene collettivo, nel knowledge sharing, etc…Modelli di impresa che in ogni caso sfruttano e usano la rete, per cui la loro nascita e costituzione può avvenire anche nelle zone disagiate sopra descritte, purché dispongano di allaccio alla rete. Se le cose (beni e servizi) non possono essere trasportati tradizionalmente sottoforma di atoni, possiamo trasportarli sottoforma di Bit. Che cosìè un Bit?Secondo la definizione che ne da Negroponte, il bit non ha colore, peso, dimensioni, è il più piccolo elemento del DNA dell’informazione, può essere affermativo o negativo, 1 oppure 0.Il numero dei Bit di un informazione trasmessi in un secondo (Bps) condiziona la dimensioni e la qualità dell’informazione digitale.Trasportare bit è molto più semplice ed economico che trasportare atomi. Secondo Negroponte la tecnologia digitale cambierà la natura dei mass media, nel senso che da una situazione in cui i bit vengono “sospinti” verso l’utente si passerà ad una in cui sarà quest’ultimo a tirarli a sé.L’industria dell’informazione sarà sempre più simile alla vendita al dettaglio e costituirà uno dei settori che maggiormente potrà offrire medesime o addirittura maggiori potenzialità di sviluppo nelle aree disagiate o carenti di infrastrutture.Nel mondo digitale il mezzo non è più il messaggio, è solo una sua materializzazione. Si potrà trasmettere e inviare un dato ossia un flusso di Bit che potrà poi essere convertito, dall’utente in molti modi diversi, a sua volta l’utente potrà riutilizzare e rielaborare l’informazione ricevuta a suo piacimento anche volendo per ritrasmetterla.In questo sistema di informazione digitale l’intelligenza si sposta dal “media” o medium (che diventa multimediale con mescolanza di bit) al ricevente che non rimane passivo ma interagisce con esso come fa con un giornale. Negroponte indica come momento di nascita della vera multimedialità il 1978 quando col progetto ASPEN si è realizzata su videodischi la visione interattiva di un’intera città raccordando insieme tante fotografie tra loro.Uno scenario in cui “la piazza del mercato cittadino sarà l’autostrada globale dell’informazione, gli acquisti saranno fatti direttamente dalle persone. … Ciò sarà possibile a patto che l’interfaccia tra utente e computer si evolva a tal punto che parlare col computer sia altrettanto facile che parlare con una persona.”

 

Ho realizzato un breve filmato che documenta la situazione angosciosa dell’assenza di ferrovie di Stato a Matera.

Matera è l’unico capoluogo di provincia europeo a non avere le Ferrovie dello Stato, come può esserci sviluppo, occupazione, mercato del lavoro, economia, se mancano le strutture? Come si può parlare di turismo, se mancano i trasporti e se per arrivare a Matera non ci sono mezzi di trasporto adeguati (la viabilità stradale non è messa meglio e in Basilicata manca un aereoporto civile, il più vicino è quello di Bari). L’Italia sarà pure entrata in Europa ma si è dimentica di portare con se Matera. Più di 500 miliardi di lire spesi per questa tratta, poi solo tante e false promesse. Oggi 1/2/2007 il cantiere è completamente abbandonato, la stazione è solo una delle tante cattedrali nel deserto di questa bellissima provincia.

Il video è realizzato in collaborazione con gli amici del meetup s@ssi e-migranti di Matera e sarà presentato al raduno nazionale Meetup Amici di Beppe Grillo.
Dk

Oggi per le aziende, domani per (tutti) viene venduto ufficialmente il nuovo sistema operativo di Microsoft: Windows Vista (nome in codice Longhorn).

Beh intanto si è fatto desiderare e aspettare! Ma vorrei prima di tutto lasciare un commento di Bruce Sterling che ho sentito oggi, in un intervista online su repubblica.it
(Bruce Sterling è il padre fondatore insieme al grande William Gibson della narrativa cyberpunk, oggi scrittore e giornalista di culto del Web e dell’.I.T.)

Sterling che ha definito più volte Microsoft una forza del feudalesimo, in contrapposizione
alle forze della libertà, oggi ha affermato di sperare che il nuovo O.S. di Microsoft non si diffonda perché è talmente insicuro che può risultare pericoloso per se e per le persone care ch vorranno comprarlo.
Ha anche dichiarato che, proprio per i soliti problemi di insicurezza e fragilità, è una minaccia a se stessi usare Microsoft.

Io ho iniziato a usare il sistema operativo di Microsoft una ventina danni fa, quando avevo la versione 3.1, poi dal 1997 per lavoro, mi sono trovato a usare anche Apple, due sistemi operativi, diversi anche se tutto sommato simili, basta tenere conto che Microsoft ha copiato l’interfaccia “easy” di Apple (quella a finestre appunto). La differenza sostanziale è nelle prestazioni e nell’affidabilità.

Attenzione non è affatto vero che Apple non abbia alcun problema, (attualmente possiedo un MacBook Core Duo con processore Intel) ogni tanto qualche interruzione critica del software compare, certamente confrontando prestazioni, sicurezza e velocità si può ben definire l’Apple un PC “professionale” rispetto al suo grande rivale.

Per non parlare anche del design, punto di forza della mela mangiata e credo autentica fissazione di Steve Jobs e compagni.

Caratteristiche tecniche principali:
Windows Vista è un O.S. della famiglia Windows NT.
Vista ha effettivamente interfaccia utente task-based più innovativa, più attenta all’attività da compiere dell’utente. E’ presente una versione di esplora risorse (ora chiamato Windows Explorer) molto diversa da quella precedente, probabilmente la maggiore evoluzione dai tempi di Windows 95.
Un’altra caratteristica è l’interfaccia grafica, che sfrutterà le potenzialità 3D delle moderne schede grafiche (per chi ce le ha) arricchendo di effetti l’interfaccia grafica senza pesare sulla CPU.
Ancora una volta vedremo le aziende costrette a disfarsi dei PC comprati solo due anni prima per investire in nuovo hardware più prestante e ottimale per far funzionare al meglio il software.
A cosa ci serve essere belli e spettacolari se poi non sappiamo muoverci?

Social Networking Web 2.0

Il Web 2.0 rappresenta il nuovo modo di considerare, utilizzare e sviluppare il Web, non un software tangibile o un insieme di regole programmate, quanto più un una nuova corrente di pensiero.
Il Web 2.0 sposta l’attenzione dal messaggio al medium, il medium diventa il messaggio, grazie ad una forte spinta verso l’interazione autore-utenti, gli utenti non sono più soggetti passivi, non si limitano ad una semplice lettura o fruizione del contenuto online ma lo riutilizzano, lo riorganizzano in maniera diversa, lo partecipano e condividono. Fino a diventarne anche autori. Dopo il modello DHTML che sostituì l’HTML, ora l’evoluzione tecnica in grado di soddisfare questa nuovo biosngo di vivere il Web è l’AJAX, che sta per Asynchronous JavaScript And XML, con questo termine s’intendono, quindi, un insieme di tecnologie (audio, video, RSS, Social Software, Blogs, Wikis.
Alla semplicità del linguaggio HTML si è ormai arrivati ad un linguaggio (Java e Xml) che tende verso una maggiore complessità favorendo più soluzioni software in grado di allargare le potenzialità del Web e soddisfare la crescente domanda di Convergence e Partecipation, non solo ma l’utente rielabora i propri contenuti, li remixa e li ripropone.
Complessità di linguaggi che però non contrastano con un altro obiettivo del Web 2.0: l’Usability, la facilità d’uso del mezzo, delle interfacce che devono rimanere semplici e familiari.
Infatti il vantaggio principale di AJAX rispetto ad altri linguaggi è che è possibile avere una pagina con più contenuti dinamici che si modificano contemporaneamente in seguito alle scelte e azioni di un utente. Questo consente innanzitutto di migliorare la “User Experience” e rendere la Web UI il più simile possibile all’interfaccia grafica che abbiamo abitualmente sui nostri PC. L’uso del Web diventa così più percettibile e intuibile.

In realtà AJAX ha una valenza anche sul modo di fare comunicazione e sul carico generale dell’applicativo web utilizzato, e questo perché in primo luogo si basa su un sistema asincrono domanda/risposta autore-utente (o nel caso della formazione docente-discente) con tutte le comodità di un dialogo asincrono; in secondo luogo perché il sistema AJAX prevede la capacità di manipolazione (remixability) dell’eventuale documento XML di risposta.

Un’ultima importante connotazione che caratterizza il Web 2.0 è quella del Social Network, si sta sempre più spostando l’attenzione su un concetto di equità tra interlocutori, che sono posti davanti a medesimi strumenti e poteri comunicativi. Questo carattere si affianca all’ideologia dell’Open Source e del freeware, anch’essi elementi integranti del Web 2.0

Baratto medievale


Cosa sta succedendo al partito della Quercia?

I DS sono in crisi?
Probabilmente a essere in crisi oggi non è un partito in particolare ma l’intero sistema partitico.
A non funzionare più, sono i meccanismi di un sistema partitico ormai anacronistico e incapace di soddisfare un nuovo modo di concepire e partecipare la politica.

Leggo su L’Espresso di questa settimana (giornale vicino alla sinistra) dati e informazioni, che ormai da soli parlano di stagione difficile per la Quercia.

La situazione:

Federazioni spaccate, abbandoni, giochi di tessere, candidati contestati, insomma il partito di maggioranza al governo (ecco perché è giusto parlarne) ha una crisi di identità e forse di organizzazione, in visione del prossimo congresso decisivo, quello che dovrebbe sancire l’avvio dei lavori per il nuovo partitone-polpettone Partito Democratico, c’è già chi si schiera contro, chi non condivide, chi minaccia di abbandonare.

C’è anche il giallo della moltiplicazioni delle tessere, questo che possiamo considerare come un nuovo miracolo contemporaneo, è un fenomeno che riguarda piccoli centri come Serra San Bruno, paese di sei mila abitanti che è passato da 135 tesserati a 165 in un anno, ma anche città medie del sud come Siracusa che ha visto un incremento di tessere del 232% e Taranto dove pare il numero di tessere sia indefinibile… Sono 21 le federazioni in cui si è manifestato questo strano fenomeno.
Mi viene alle mente l’aneddoto di mio cugino che mi raccontava di essere stato invitato ad un incontro per discutere di politica e si scoprì, qualche giorno dopo, tesserato ad un partito, a spese e con gli omaggi del candidato X.

Guerre tra leader, tra partiti in coalizione, tra cosche pardon tra bande, a Civitavecchia è stato sfiduciato il sindaco diessino, dopo che la Quercia era riuscita a mettere mano al porto. A Matera per esempio tutto si muove tra minacce, patteggiamenti, ultimatum, rivalità di poltrona, guerra di candidature, una speculazione edilizia per un candidatura, un permesso o una licenza, in cambio di sostegno economico e finanziario. Tutto è negoziabile, tranne l’ideologia, quella la si usa per le masse, per il palco, chiamando l’oratore più carismatico per un ruolo di facciata.
Questo è lo spezzatino della politica nostrano, dove il candidato ideale diventa una maschera o marionetta.

Per questi dirigenti la politica è ormai solo marketing e baratto.
La base? Beh la base è poco più che manovalanza a basso costo, da tenere buona, da coordinare però con pugno fermo, dato che le decisioni, le approvazioni sui candidati, sono prese tutte dall’alto.
Alla base il compito di usare i “Kit” di propaganda studiati dagli esperti del marketing, organizzare le feste dell’Unità, che pare rimarranno anche col partito democratico.
Il popolo? E’ fondamentale ma solo perché rappresenta l’elettorato, passivo ovviamente nella partecipazione politica. L’obiettivo principale della base è persuadere il popolo e acquisire tessere.
Ancora questo gioco sporco delle tessere, con tutti i miracoli annessi.
Ma cos’è oggi una tessera di partito? Se prima era l’appartenenza ideologica, quasi di fede ad un pensiero politico, oggi rappresenta un indicatore di consensi per il candidato, uno strumento di infinocchiamento da parte dell’elettore che preferirebbe vendersi anche l’anima pur di avere l’amicizia del politicante di turno.

Cosa si può fare?

Oggi deve rimanere tutto così?
Il partito, nonostante tutto, non è morto e continuerà a vivere, dato il suo potere.
Allora? L’unica soluzione è un radicale rifacimento nella struttura e nell’organizzazione dei partiti.
Oggi si sta assistendo ad un crescente interessamento alla politica da parte del popolo, di quel elettorato, una parte almeno, che è forse stanco di disertare le urne, oppure non gli va più giù di vendersi l’anima, ha capito che non c’è alcun effettivo ritorno. Stiamo inoltre assistendo ad un nuovo desiderio di coinvolgimento politico purché sia partecipato, studenti, giovani, padri di famiglia, mamme di famiglia, anziani, persone di varie classi sociali e fede politica, reclamano il diritto ad una partecipazione diretta nella politica, nelle scelte, nelle delibere, nel segno di una vera democrazia.
Questa voglia di maggiore partecipazione diretto sta trovando terreno fertile sia negli strumenti di democrazia partecipata quali le elezioni primarie, i comitati di quartiere, le petizioni, i referendum, le consulte cittadine, sia nella nuova filosofia del Web 2.0, dove tanti sono gli strumenti che permettono un confronto e un agire collettivo: forum, sondaggi, blog, wiki, BarCamp. Mezzi attraverso i quali l’onorevole può confrontarsi con il consigliere del comune di Tursi, e controbattere alle domande di un elettore in assoluta equità creando sinergie e condivisioni orizzontali, piuttosto che spaccature verticali; mezzi attraverso i quali gli stessi programmi politici o le proposte di legge possono essere editate in collettività attraverso un wiki da più utenti, magari sotto la visione costante di un forum libero. Strumenti già attivi che stanno creando una massa critica, attiva, informata, partecipe e attenta. Questo è l’unico futuro possibile e perseguibile per la politica.
Sono questi gli strumenti che i partiti devono adottare per una nuova rinascita del fare politico collettivo e democratico, senza tante gerarchie e riducendo o magari eliminando lo strumento tessera, anacronistico e sostanzialmente inutile.
Per decidere il miglior candidato alle primarie non serve il numero di tesserati che è riuscito a comprare, basterebbe leggere il suo blog, oppure avviare un sondaggio online. Evitando così anche l’eccesso d manifesti, figurine e santini in campagna elettorale.
Questa è la mia idea e proposta: lanciare un progetto di Open Source Politics per ridisegnare il modo di fare e partecipare la politica.

Il fenomeno BarCamp ha origini americane, ma è già approdato in Italia, la unconference come è stata chiamata, letteralmente sarebbe una sconferenza o non conferenza. Si tratta di una tipologia nuova di incontro e dibattito, un convegno Open-source, senza inviti né gerarchie, la cui regola principale è tutti partecipanti e nessuno spettatore. Il pubblico diventa così parte attiva (non passiva) all’evento stesso, da fruitori ad autori dei contenuti. Contenuti che vengono condivisi, scambiati e rielaborati, senza un ristretto numero di relatori, ma preparati in maniera partecipativa, preliminarmente online grazie al formato wiki. Lo scopo è quello di imparare e condividere la conoscenza in un ambiente libero e aperto, Open appunto.

Libertà e partecipazione collettiva, che però non vuol dire assenza di regole, anzi queste ci sono e sono pianificate prima, dagli stessi autori-fruitori dell’evento, via web. Si crea una lista di interventi, vengono indicati i temi di cui si vorrebbe parlare, segnalando anche la durata prevista e il tipo di materiale presentato (slides, demo, ecc…).

I primi a sviluppare l’idea e il concetto di BarCamp, mettendolo in pratica furono gli americani che ne 2005 si riunirono in duecento a Palo Alto, dando vita a questo fenomeno che è ormai anche un trand, in costante crescita.Partecipanti sono vari utenti, bloggers soprattutto, web designer, programmatori, architetti di rete, creativi, ma anche qualche docente universitario.

Organizzare un BarCamp non è molto difficile proprio per l’aiuto sinergico offerto dagli stessi partecipanti-attivi all’evento, attivi già subito nella fase preliminare e organizzativa. Esiste il sito www.barcamp.org che permette la promozione dell’idea e offre la piattaforma online su cui lavorare per la pianificazione della “s-conferenza”. Si stabilisce un Where, un Why, un When e si parte.La location può essere anche contemporaneamente in aree diverse del Paese o addirittura in Nazioni diverse.

Le regole sono poche ma ben chiare. Tutti i partecipanti devono mostrare una demo, preparare una presentazione, una discussione o una sessione. Altrimenti possono offrirsi come volontari e contribuire in qualche modo al supporto logistico-organizzativo dell’evento. Tutte le presentazioni devono avvenire il giorno del barcamp. E’ necessario preparare in anticipo la propria presentazione. arrivare presto al mattino in modo da prendere uno spazio in bacheca per segnare il titolo della propria presentazione. Le persone presenti all’evento sceglieranno quali demo o presentazioni vogliono ascoltare. Chi presenta si impegna a pubblicare nel web le slide, le note, l’audio e/o il video della sua presentazione, in modo che anche chi non era presente ne possa beneficiare (una sorta di atti del convegno anche se si tratta di contenuti gratuiti e accessibili a tutti).

I temi affrontati sono tanti e vari, da quelli tecnici a quelli sociali, dall’ufologia ai videogame. La filosofia unificante è quello dello sharing, della condivisione, non solo di contenuti, ma anche di mezzi di trasporto per poter arrivare nella location, è così online ci si organizza per un car-sharing. Non a caso i partecipanti vengono anche chiamati in gergo campers, proprio perché i campeggiatori sono abituati a condividere tutto.

A farla da padrone, però, è la dimensione sociale della rete: il social networking e tutte le sue diramazioni, gli usi possibili e quelli solo immaginabili, fino agli impieghi della tecnologia digitale come motore di un’azione sul territorio. Ma si discute (e si blogga in tempo reale) anche di web semantico, di ibridi mediali, di aziende 2.0, della nuova filosofia del web 2.0, di accessibilità, di neutralità della rete, del miraggio di una burocrazia semplificata dall’uso del web (e-governament).

I’ have a dream…   

Martin Luther King

Cosi iniziava il celebre discorso di Martin Luter King,oggi quel sogno di uguaglianza e di libertà può essere ripensato a mio parere con nuove ideologie, con nuove emergenze, con nuove speranze…  

Io ho un sogno, ho il sogno che un giorno gli uomini si alzeranno in piedi e si renderanno conto che sono stati creati per vivere insieme come fratelli, in un luogo di pace e di armonia che è l’ambiente naturale. Ho il sogno che quell’ambiente riceva lo stesso rispetto che ogni uomo reclama, ho il sogno che si smetta di fare guerre per le fonti tradizionali di energia, che si inizi a utilizzare fonti energetiche alternative e non inquinanti, che si smetta di anteporre gli interessi dei potenti agli interessi del pianeta, che si smetta di pensare agli interessi di un economia globalizzata  a scapito degli interessi del globo.Ho il sogno che l’informazione sia resa veramente libera.Ho il sogno che la democrazia diventi reale democrazia, che ogni popolo possa autodeterminarsi, che ogni uomo possa sempre avere diritto di parola, senza prepotenze, senza dover ascoltare sempre le stesse voci.   Ho un sogno… che si fermi la guerra in tutte le parti del Mondo, e che nei vari sud del pianeta si riesca a creare nuovi modelli di sviluppo, uno sviluppo sostenibile in grado di valorizzare e sfruttare risorse alternative di energia e di economia, uno sviluppo che l’occidente non è stato in grado di organizzare per se stesso. Ho il sogno di vedere molta gente a lavoro per creare centrali di energia solare in Africa, in Asia, in America latina nel mediterraneo e ovunque, energia per tutti e a portata di tutti e senza conflitti. Ho il sogno di un economia nuova che nasca da un principio vecchio di decenni, quello del risparmio. Risparmio energetico, risparmio nei consumi, nel riciclo dei beni di consumo, nell’acqua, nel cibo. Un economia basata anche sul commercio solidale, sul turismo sostenibile, sulla bioedilizia, sulla ricerca, sulla tecnologia mai fine a se stessa.  Ho il sogno di una società interculturale, ma senza gli errori del melting-pot canadese. Ho tanti sogni… Ho anche il sogno che questi non rimangono solo sogni di un trentenne idealista e ingenuo. Ma forse siamo vittime del nostro opportunismo sociale cronico , forse ha ragione il celebre ambientalista James Lovelock quando dice che l’umanità non è disposta a occuparsi della Terra perché in fondo siamo sempre dei “carnivori tribali”, interessati alla nostra tribù nazionale più che al destino della specie.Io spero che  quando il pianeta darà un segno forte della sua sofferenza, non sia troppo tardi per rimediare.

Video sul discorso di Martin Luther Link

Stiamo assistendo negli ultimi tempi al costituirsi di nuove comunità di fruitori e alla richiesta di nuove competenze nel quadro emergente della multimedialità.
Siamo di fronte ad un processo di riadattamento sensoriale e alfabetico, in cui lo spettatore è divenuto ormai un poliglotta, parla dunque più lingue mediatiche, dovendo adattarsi ai processi di ibridazione e convergenza che coinvolgono gli apparati dell’industria culturale.
È proprio nel passaggio dalle Esposizioni Universali alla nascita del cinema che si riscontra uno dei fenomeni che riconduce lo spettacolo a consumo di immagini in luoghi che favoriscano la cerimonialità collettiva.
Il processo di consumo delle immagini, che inizia con la pittura e che trova nel cinema il suo erede, è oggi al suo punto di evoluzione terminale.
Dal Trompe l’oeil barocco, alla trasfigurazione dello sguardo in Duchamp, alle sale cinematografiche sempre più spettacolari, assistiamo ad un processo di trasformazione irreversibile del consumo delle immagini.
Le avanguardie artistiche sono riuscite a trasformare lo spettatore in un soggetto contemplante “attivo” che crea intersezioni e dona senso.
È fondamentale riconoscere un ruolo attivo al pubblico, nelle dinamiche di fruizione e consumo dei prodotti culturali.
“Arte non è più mostrare delle competenze artistiche ma operare a livello di puro intelletto” diceva Duchamp, spostando l’enfasi sui meccanismi di ricezione, e dunque sul fruitore.
Il pubblico è la struttura portante dell’opera estetica, la sua partecipazione è essenziale per completare il ciclo del testo.
Il consumatore sui generis, che vive in questa società in cui la perdita di identità coincide con le pratiche di artificializzazione del corpo, non ha più scelte prevedibili. Così come il dadaismo non creava oggetti d’arte ma mirava a corrodere l’identità di chi guarda, il postmoderno ci offre un “orientamento rizomatico al consumo”.
Se di fronte ad un quadro è richiesta un sorta di cooperazione interpretativa con quelle che erano le intenzioni dell’autore, al cinema emerge oggi una nuova collettività di fruitori capace di ristrutturare l’offerta fornendone un uso non necessariamente previsto dall’autore del film.
Ed ecco l’emancipazione del consumatore a creatore, il Prosumer di Toffler dunque, l’unione cioè di Producer e Consumer.
Territorialità di queste esperienze di “consumo produttivo” sono i non-luoghi in cui si annidano i gruppi di auto produzione, esibendo forme di bricolage culturale. L’esperienza dell’artista si fa oggi sempre più autoreferenziale (bohemien, dandy, bricoleur).
È il poter d’intervento sul testo a rendere possibile l’identificaione tra spettatore e autore: dal Do it your self duchampiano, alla smarginalizzazione dello schermo nella realtà virtuale, dall’invenzione del telecomando al moltiplicarsi delle opzioni nella sale cinematografiche dei Multiplex, dalla possibilità di essere co-autore dei programmi televisivi interattivi alla personalizzazione delle interfacce grafiche dei new media.
La strategia d’avanguardia del collage è riemersa nell’opzione “taglia e incolla”, e trova nella possibilità di costruzione di un palinsesto personalizzato ampie possibilità di superare la referenzialità dell’analogico e la passività della sola ricezione.
L’utente dei new media, lo spettatore cinematografico e il visitatore di un museo diventano dunque moderni “flaneur” baudeleriani, viaggiatori insaziabili e senza meta che personalizzano la fruizione.
Alle possibilità di consumo contemplativo si contrappone il consumo produttivo: una modalità di consumo che trasforma lo spettatore in uno “spett-attore”.
La visione fratturata, ischemica è frutto oggi della dose massiva di interruzione pubblicitaria e dell’uso indiscriminato del telecomando.
Lo spettatore-bricoleur si trova ad dover mettere insieme un tutto armonico con materiale di scarto, e attraverso il telecomando apre vie inusitate a collage unici e irripetibili.
I new media sovrappongono dunque produttori e consumatori. Pensiamo ai videogiochi dove l’utente personalizzando i vari aspetti del gioco, ne diviene il programmatore.
È grazie a dispositivi come l’affresco pittorico, le Esposizioni Universali, i manifesti pubblicitari, le vetrine dei negozi e il cinema che l’individuo viene educato ad essere spettatore.
Il transito da un pubblico di massa al crearsi progressivo di un pubblico attivo che interagisce e ristruttura l’offerta ci ha condotto inevitabilmente all’affermazione di pratiche di consumo personalizzato, dove il fruitore non è più solo attivo ma creativo.

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